L’Olio di Palma non è un veleno: fine del terrorismo alimentare?

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olio di palma

I grassi saturi dell’olio di palma non sono diversi da altri grassi. Anche l’ISS dichiara la non tossicità. Per la salvaguardia dell’ambiente si parla sempre più di sostenibilità.

Sono grasso? Colpa dell’olio di palma!”; “Sono malato? Colpa dell’olio di palma!”; “La guerra? Colpa dell’olio di palma!”.

Sostituite all’olio di palma un altro degli alimenti a caso crocifissi negli anni e otterrete lo stesso risultato. Lo afferma Orazio Paternò*, Certificato ISSA Europe (International Sciences Sport Association) e co-autore insieme a Claudio Suardi del libro “Alimentazione e composizione corporea 2.0” .

Siamo stati tutti testimoni increduli (o compiacenti, a seconda) delle oramai obliate crociate contro latte, zucchero, sale, carne. Tutti alimenti assediati a rotazione dalla fila di fuoco della retorica degli opliti del mangiare sano-buono-naturale. Una categoria inventata di sana pianta e che per drenare consensi deve coagulare il proprio pubblico sotto l’ombrello identitario della terrore per un alimento. Un facile parafulmine sul quale sversare il percolato del proprio disagio

Alimentazione: l’olio di palma non è nocivo. Rischio da eccesso di grassi saturi

Sul banco degli imputati l’alta percentuale e la tipologia degli acidi grassi saturi contenuti in quest’olio relegato a sua insaputa tra le nequizie sgorgate dal vaso di Pandora. Accuse infondate, spiega Orazio Paternò, perché:

  1. I grassi saturi dell’olio di palma non sono diversi dagli altri grassi. L’olio di palma è ricco di acido palmitico, primo accusato di ogni nefandezza, che però è un grasso ubiquitario: oltre ad essere il grasso più abbondante nell’olio di palma (50%) è anche il principale grasso saturo che troviamo naturalmente nei grassi animali e vegetali ed è il componente principale dei grassi del latte materno (Read, WW, Am J Clin Nutr 1965).
  2. Anche gli altri grassi saturi dell’olio di palma non hanno mostrato di mettere a rischio la salute (sempre tenendo conto che è la dose che fa il veleno, non la molecola in sé). Ce lo diceva già nel 2011 l’American Journal of Clinical Nutrition Anche l’olio di palma interesterificato, quello usato nell’industria alimentare non si è dimostrato un cecchino per la salute, concludeva l’autorevole European Journal of Clinical Nutrition nel 2014
  3. È italiana la ricerca più importante sull’olio di palma e viene dall’Istituto Mario Negri dove hanno setacciato 51 studi su 1500 volontari tra USA, Europa e Asia. Ne sono scaturite una revisione di studi e una metanalisi (insieme di metodi statistici che permettono di fare la “pesata media” di ogni singolo studio e generare un singolo valore riassuntivo) pubblicate nel 2013 sulla rivista International Journal of Food Sciences and Nutrition e nel 2014 sull’American Journal of Clinical Nutrition. Risultato? Nessun problema per il cuore, assenza di studi che mettano in relazione il consumo dell’olio di palma con l’insorgenza del tumore e falso allarme-diabete, nato da uno studio condotto su cellule in vitro e metodologicamente imperfetto (veniva usato l’olio di palma idrogenato, versione davvero dannosa dell’olio di palma e assente nell’industria alimentare)
  4. l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’EFSA (Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare, unico organismo incaricato della valutazione del rischio) o governo al mondo, comprese le nostre agenzie di vigilanza sulla salute, e cioè il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore di Sanità, si sono mai espressi contro l’olio di palma. Solo il consiglio di contenere i grassi saturi. Il cui generale abuso può contribuire a minare la salute cardiovascolare.

Tra gli argomenti dai contenuti emotivi si va salmodiando quanto sia diffuso l’olio di palma nei prodotti: biscotti, prodotti da forno, molti snack, focacce, grissini, molte creme spalmabili, piatti pronti… vero, ma si dimentica di chiarire all’inclita e al colto che chi mangia ogni giorno solo 3 o 4 di questi alimenti, magari in porzioni generose, non ha una buona alimentazione: troppo grassa, in generale.

Indipendentemente dall’olio di palma, dal burro o dall’olio di girasole contenuti.
La lotta all’olio di palma è stata condotta attraverso un deplorevole concentrato di inesattezze che hanno accarezzato solo la pancia del consumatore”. Prosegue Paternò.

L’ordine era quello di virare sul pathos, maneggiando senza cura le parole forti, quelle che colonizzano facilmente la nostra sfera emotiva: “veleno”, “male assoluto”, “tumorale”, “deforestazione”… Confusione e paura sono da sempre una miscela letale per drenare facilmente consensi. Una via ancora troppo frequentata nell’odonomastica della furbizia.

Come sempre la vera miscela fatale è iscritta nello spartito degli eccessi: eccesso di sedentarietà ed eccesso di cibo. Mentre il facile terrorismo per un solo alimento paga al momento, ma è un trucchetto dal fiato corto destinato ad affogare nell’oceano della mestizia.”

E’ da poco stata emanata una nota specifica sull’olio di palma da parte del Ministero della Salute: “L’Istituto Superiore di Sanità conclude che non ci sono evidenze dirette nella letteratura scientifica che l’olio di palma, come fonte di acidi grassi saturi, abbia un effetto diverso sul rischio cardiovascolare rispetto agli altri grassi con simile composizione percentuale di grassi saturi e mono/poliinsaturi, quali, ad esempio, il burro.”

Adesso attendiamo il prossimo nemico da attaccare con altre palle di cannone pulsionali o facciamo tesoro delle vittorie del marketing emotivo per un cambio di stagione nell’armadio culturale?”conclude Paternò.

L’Olio di palma in numeri

Nel 2014, l’Italia ha importato circa 1.600.000 tonnellate di olio di palma (Fonte Coeweb ISTAT): il 21% viene impiegato dall’industria alimentare, mentre il rimanente 79% viene usato dal settore bioenergetico, mangimistico, chimico, cosmetico e farmaceutico. Un dato in controtendenza rispetto a quanto accade nel resto d’Europa…

Sul fronte alimentare, l’impiego dell’olio di palma ha permesso, negli anni, di eliminare i grassi vegetali idrogenati e riveste quindi un ruolo centrale nella riduzione del contenuto di acidi grassi TRANS nei prodotti alimentari.

L’industria alimentare lo sceglie per alcune caratteristiche che questo ingrediente può garantire: la capacità di conferire ai prodotti la necessaria “croccantezza” o cremosità; il suo avere sapore e fragranza neutri che non influenzano le caratteristiche degli altri ingredienti; soprattutto la sua resistenza a temperature elevate e all’ossidazione lo rende più adatto di altri oli e grassi ad essere utilizzato in alimenti cotti ad alta temperatura.

La sua elevata stabilità garantisce una maggiore conservabilità degli alimenti, consentendo quindi anche di ridurre gli sprechi.

L’olio del frutto di palma contiene circa il 49% di acidi grassi saturi, non contiene colesterolo come tutti gli altri oli vegetali.

Sono in pochi a sapere, come abbiamo scritto, che l’acido palmitico è uno dei componenti del latte materno: ecco perché si può affermare che l’olio di palma non ha alcuna caratteristica che lo possa rendere meno raccomandabile di un qualunque altro alimento o ingrediente che apporta grassi saturi alla dieta.

Naturalmente il consiglio è quello di seguire una dieta bilanciata e limitare il consumo di grassi saturi in generale.

Infatti, non esistono controindicazioni al consumo di olio di palma, anche perché il suo apporto rispetto al totale degli acidi grassi assunti nella dieta degli italiani è molto contenuto: la maggior parte degli acidi grassi saturi che assumiamo viene introdotto da alimenti per lo più di origine animale che non contengono olio di palma e dal consumo di altri oli e grassi.

Olio di Palma e l’ambiente

Sebbene sia un alimento ingiustamente demonizzato dal punto di vista salutistico, l’impatto ambientale della produzione è attualmente devstante e dannoso per l’ambiente.

La produzione dell’olio di palma può essere essere anche sostenibile? Per promuovere la cultura della sostenibilità dell’olio di palma e fornire maggiori informazioni su uno dei più discussi ingredienti degli ultimi anni, la neo nata Unione Italiana per l’Olio di Palma Sostenibile, sigla il suo impegno con un primo importante passo: una campagna di comunicazione istituzionale per raccontare agli italiani cos’è l’olio di palma sostenibile.

La campagna è stata pianificata, a partire dal 28 febbraio e per tre settimane su tv, quotidiani, periodici e testate online.

Recentemente si è parlato tanto dell’olio di palma, affrontando il tema dal punto di vista dell’ambiente e della salute, ma l’argomento è stato spesso generalizzato lasciando spazio a luoghi comuni e banalizzazioni che non trovano riscontro quando si vanno ad approfondire i temi con informazioni e dati.

Con questa campagna vogliamo far arrivare un messaggio semplice e rassicurante ai consumatori italiani, raccontando questo ingrediente per quello che è: un olio vegetale di origine naturale, conosciuto e utilizzato da cinquemila anni, ricavato dalla spremitura della sola polpa del frutto della palma da olio, che non presenta rischi per la salute in una dieta bilanciata e che, se prodotto in modo sostenibile, aiuta a rispettare la natura e le comunità locali” spiega Giuseppe Allocca, Presidente dell’Unione Italiana per l’Olio di Palma Sostenibile.

In linea con quanto accaduto in altri Paesi dell’Unione Europea (Francia, Belgio, Olanda, Germania, Svezia), l’Unione intende diventare in Italia un punto di riferimento per i consumatori, i media e le istituzioni che desiderano maggiori informazioni sul tema, con l’obiettivo di portare l’attenzione del dibattito sull’importanza della sostenibilità di questo ingrediente, intesa sia in termini di sicurezza nutrizionale che di impatto sociale e ambientale. Questa campagna di comunicazione vuole presentare dunque l’Unione al grande pubblico e spiegare in 30 secondi alcune semplici caratteristiche dell’olio di palma sostenibile.

Non tutti sanno che la palma da olio cresce nelle regioni intorno all’equatore, in luoghi fertili e altamente piovosi, e ha poche esigenze in termini di utilizzo di acqua e fertilizzanti.

Indonesia e Malesia sono i principali produttori di questo olio (circa l’86% della produzione mondiale proviene dai due Paesi, il restante è prodotto da alcune realtà dell’Africa e del Sud America), dove questa coltura assicura lavoro e sussistenza economica a milioni di persone.

La crescita dei volumi produttivi di questo olio vegetale ha certamente avuto un forte impatto sugli ecosistemi locali. È per questo motivo che nel 2004 è nata RSPO, la Tavola Rotonda per l’olio di palma sostenibile, formata da alcune aziende e ONG che hanno unito le proprie forze per creare il primo standard di sostenibilità per la certificazione della produzione e dell’utilizzo di olio di palma sostenibile.

In termini di sostenibilità, la palma da olio è sicuramente la più virtuosa: ha una resa media di 3,47 tonnellate per ettaro … 5 volte più della colza (0,65 t/ettaro), 6 volte più del girasole (0,58 t/ettaro) e addirittura 9 volte più della soia (0,37 t/ettaro) e 11 (0,32 t/ettaro) rispetto all’olio di oliva.

Proiettando questi numeri rispetto alle esigenze future – che sono stimate tra un minimo di 30 (Nazioni Unite, Oil World 2010) e un massimo di 70 (“The Malaysian Palm Oil Sector-Overview, June 2012) milioni di tonnellate di oli vegetali in più – si profila un percorso quasi obbligato a favore dell’olio di palma, proprio per questo il tema della sostenibilità resta centrale.

Coltivato in 43 Paesi nel mondo, l’olio di palma è un ingrediente di origine naturale che si ottiene per spremitura della polpa del frutto della palma. In Europa, l’olio di palma è utilizzato dall’industria alimentare per il 45% e da quelle energetica, farmaceutica, mangimistica e cosmetica per il restante 55%.

Quando si parla di olio di palma sostenibile si fa riferimento all’olio prodotto nel rispetto dell’ecosistema e delle popolazioni locali. Ma è possibile produrlo con queste garanzie?

La risposta è sì.

Nel perseguimento di questo obiettivo, l’Unione Italiana per l’Olio di Palma Sostenibile, in coordinamento con le varie piattaforme ed organizzazioni nazionali ed internazionali coinvolte nella filiera (in particolare con l’European Palm Oil Alliance – EPOA), promuove l’utilizzo di olio di palma sostenibile affinché sempre nuovi attori della filiera si impegnino a tutelare le foreste, la biodiversità e le comunità locali e a diffondere una cultura di rispetto dell’ambiente, sempre più necessaria.

*Orazio Paternò è personal trainer certificato ISSA Europe (2000)  e insegnante di educazione fisica presso l’Istituto Don Milani di Romano di Lombardia. È co-autore insieme a Claudio Suardi del libro Alimentazione e composizione corporea 2.0 edito da Sporting Club Leonardo. E’ consulente alimentare per l’Assessorato alla Caccia e Pesca di Bergamo (2003).